
TRADIZIONI FEMMINILI
LA MASCHERATA DEL PRIMO MAGGIO
A Muro Lucano, durante i secoli passati, il mese di maggio iniziava con la celebrazione di una festa popolare dalle tinte simboliche, molto sentita dai nostri antenati e da tempo scomparsa: la “Mascherata del Cavalluccio”.
Il dottor Luigi Martuscelli, raccontando nel “Numistrone” (opera del 1896) lo svolgimento e il significato della festa, ha impedito che questa antichissima usanza cadesse per sempre nell’oblio.
La Mascherata tradizionale del primo maggio era una festa popolare, derivata da un rito pagano, legata alla terra e alla produzione locale.
Nel corso della giornata, dalle prime ore dell’alba, una comitiva formata da quattro uomini girava per le campagne e per il paese: tre erano travestiti da allevatori, col distintivo di vaccaro, pecoraio e capraio, mentre uno da contadina, la quale portava in mano uno specchio.
Il nome della festa derivava da un cavallino d’argento sospeso con un nastro al collo del vaccaro; ciondolo che al termine della giornata veniva restituito al Mastro Giurato, poiché apparteneva all’Universitas - l’antica istituzione comunale.
E mentre gli uomini mascherati percorrevano i luoghi da cima a fondo, ballavano, cantavano, facevano smorfie, creando un clima di festa, armonia e spensieratezza.
Di solito ricevevano in dono un agnello, o un capretto, o una scodella di latte, o un pezzo di formaggio dagli abitanti delle aree rurali e montane; invece grano o legumi da coloro che popolavano i vicoli del paese.
La sera, quando ormai le bisacce erano piene, facevano la loro ultima apparizione in piazza.
Questa festa tradizionale non era una semplice mascherata, ma era un rituale dal significato profondo: i doni elargiti esprimevano la speranza di abbondanti raccolti nei campi e profitti tratti dall’allevamento del bestiame.
Ricordiamo che l’agricoltura e l’allevamento sono sempre state le due attività fondamentali su cui si basava l’economia di Muro Lucano.
L’uomo travestito da contadina, con lo specchio tra le mani, rifletteva ai muresi che con generosità avevano regalato all’allegra brigata alcuni prodotti alimentari, l’augurio di poterne produrre o ottenere in abbondanza.
Analogo simbolo augurale aveva la minestra che si consumava in quella giornata in tutte le abitazioni e che veniva offerta anche ai poveri: la cuccìa, dal greco granello, descritta da Martuscelli come “unmiscuglio di frumento, granone e legumi”.
Ancora oggi qualche famiglia che conserva le antiche tradizioni è solita preparare il primo maggio questa zuppa gustosa composta da 5 elementi - grano, mais, fagioli, ceci, cicerchie- cotti nella “pignata” vicino al fuoco, nel caminetto.
Con questo articolo ci auguriamo di aver fatto conoscere una tradizione scomparsa e dimenticata, interessante dal punto di vista culturale e antropologico, legata a un mondo popolare genuino, auspicando un giorno di riproporre e di poter far rivivere la “Mascherata del Cavalluccio”.
